Giovanni Canonica, Il tesoro nascosto di Barolo

Incontriamo Giovanni Canonica in una mattina di luglio, il cielo di Barolo passa dal sole rovente all’afa nuvolosa fino alla pioggia improvvisa e sembra anticipare il personaggio che stiamo andando ad incontrare, se non anarchico quantomeno “bastian contrario” come dicono da queste parti.

Ci ospita nella sua casa in pieno centro, in via Roma, dove oltre alla sua abitazione c’è anche il suo agriturismo, che non a caso si chiama il “Quarto Stato”, in memoria del capolavoro di Pellizza da Volpedo e simbolo delle lotte del proletariato italiano di fine 800’.

Ma Giovanni Canonica non è né un attivista né un politicante, è un vignaiolo di pochi ettari a Barolo e Grinzane Cavour, da quali occhi si legge subito tanta generosità e bontà, e una instancabile voglia di pensare e usare la testa. Un animo genuino, un uomo e un vignaiolo autentico.

E infatti quando gli chiediamo come usa lavorare in vigna ci spiega “Io in vigna uso il buon senso. Non mi interessano le certificazioni. Vedo molti che appiccicano un bollino verde ai loro vini ma poi non rispettano assolutamente il territorio e vanno in giro con il Suv”. E allora in vigna “si usa solo rame e zolfo e oli terpenici di pino, che lasciano anche un bell’odore, tra i filari non taglio l’erba, gli anni che riesco quando il terreno è asciutto la interro, pochi diradamenti per garantire la sanità dei grappoli, e da poco sto lasciando anche l’erba sotto i filari.”

Le vigne in questione sono in tutto tre ettari, due nel cru di Paiagallo a Barolo e un ettaro a Grinzane Cavour, per un totale di sole 7.000 bottiglie totali prodotte, che terminano ogni anno in fretta finendo per rimanere introvabili per molti appassionati. La vigna di Paiagallo si trova ad un’altezza di circa 350 m con una esposizione a sud-est e in posizione contrapposta ai Cannubi, terreno argilloso classico delle migliori vigne di Barolo e un microclima favorevole grazie al riparo operato da una piccola scarpata che scende dalla provinciale per Novello.

Il bello viene quando ci racconta come lavora in cantina “Ho iniziato a fare il vino nell’83’. Allora l’uva non la diraspavo, la pigiavo con i piedi e non usavo solforosa. Era quello che veniva. Ma nessuno lo voleva, dicevano che aveva fondo, non era pulito, e allora ne imbottigliavo pochissimo e il resto lo vendevo sfuso o in damigiana. La svolta è stata quando sono arrivati dei giapponesi e hanno iniziato a comprare tutto il vino. Era circa il 2000 e da lì ho capito che potevo imbottigliare tutta la produzione. Oggi diraspo e la pigiatura è meccanizzata, faccio macerazioni lunghe di circa 30-40 giorni e poi lascio il vino in botti grandi in rovere di Slavonia”. Oggi il suo vino è meno estremo di un tempo, ma rimane un grandissimo Barolo, un vino autentico, un vino tanto nobile quanto ancora contadino, un vero tesoro nascosto per chi vuole riscoprire la tradizione dei veri Baroli di Langa.

Chiosa finale su quale sia il suo vino del cuore “ci sono vini che ti lasciano un ricordo indelebile, e per alcuni ragioni ti rimangono per sempre, per me sicuramente il vino più buono che ho bevuto è un Barolo di Beppe Rinaldi, la 1985, bevuta agli inizi degli anni novanta, favoloso. Ma ci sono anche vini che ti sono stati offerti col cuore e per questo rimango altrettanto indimenticabili. Ad esempio da ragazzo frequentavo l’osteria della Lovera a Bonvicino, ci lavoravano due fratelli ed una sorella, tutti sulla settantina. Uno di loro stava in sala ad intrattenere i clienti, il vino della casa era solo uno: un dolcetto acidulo e sporchino, nulla di che. Dopo un pò che andavano l’oste ci offri un pintone senza etichetta dicendo – questo è il vino nostro, lo offriamo solo agli amici, e un'altra cosa!-. In realtà il vino di per sé era anche peggio del solito ma era stato offerto col cuore, rimarrà per sempre uno dei miei vini preferiti. Il vino è anche questo.”

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